San Schuman, ma c’è poco da far festa

Riflessioni personali per il 9 maggio, il giorno dell’Europa. Per continuare a crescere bisogna farla finita con le mezze ricette. L’Unione deve avanzare oltre le soluzioni nazionali che non bastano a farci crescere a proteggerci. O non resterà più nulla.

Marco Zatterin

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Non si può aspettare il ritorno della calma, perché non succederà presto. L’Europa è circondata da crisi gravi, dalla voglia di egemonia russa che schiaccia l’Ucraina, la guerra in Siria, l’offensiva jihadista dello Stato islamico che vuole bruciare Roma, il pasticcio antoinflitto in Libia, per non parlare dei tumulti interni, le pulsioni populiste e scettiche, la tentazione diffusa del nazionalismo. Sarebbe bello poter rimandare tutto ai primi segni di quiete, per ragionare con la serenità delle migliori occasioni sul futuro, però non è semplicemente possibile. L’intervento sui binari deve essere immaginato e compiuto con il treno in corsa.

Jean Claude Juncker ha messo una nota di dramma nel suo discorso inaugurale a Strasburgo quando ha parlato del quinquennio che s’iniziava come quello dell'”ultima chance”. Nel 2019 l’Unione europea dovrà essere tornata a distribuire benessere tangibile e fiducia ai cittadini – ripristinando la sua natura di ancora di stabilità e progresso -, oppure si potrebbe trovare a un passo dalla tomba. La società globale consuma miti e valori, persino la pace più lunga dallo scontro consumato fra Cromagnon e Neanderthal ha smesso di essere un buon biglietto da visita. Occorre fare di più. Soprattutto, è necessario essere onesti e, se lo si vuole, interrompere l’adesione al progetto di integrazione comunitaria nella logica del “mezzo servizio”.

Al punto in cui siamo non basta più restare con un piede nell’acqua e uno sulla battigia. La moneta unica funzionerà realmente solo con una governance condivisa e un bilancio comune. Non potremo avere una vera politica energetica comune che permetta di massimizzare i benefici e risparmi senza una reale condivisione delle reti e degli obiettivi. Lo stesso vale per l’Immigrazione, la Sicurezza, la Ricerca, il Lavoro. E’ necessario fare insieme tutto quello che da soli non funziona abbastanza. Il mondo senza confini non esige nulla di meno.

Siamo un bivio. Si richiede più partecipazione e adesione all’idea di Europa come madre di soluzioni comuni. E’ talmente chiaro che la risposta non può essere catalana o scozzese, anche se i popoli hanno le loro giuste rimostranze nei confronti della Storia. Il responso delle capitali al Piano Juncker e ai suoi 315 miliardi di investimenti anticrisi ha gelato le vene. E’ il modello di come non si stia andando nella giusta direzione. Invece che far cassa comune al servizio della ripresa continentale, si sono riallocati denari senza dar loro la legittimità di vera risposta europea. Gli stati non hanno messo un euro direttamente di tasca loro, ma hanno decisione di partecipare attraverso le loro Casse depositi e prestiti, così da avere la certezza che i soldi investiti torneranno a casa, meglio se moltiplicati. E’ prevalso il piccolo sul grande.

La Germania è stata felice di avvallare questa tendenza per evitare il rischio di una mutualizzazione del debito e l’ipotesi di avere gli eurobond. Sono antiche paure, le sue. Nessuno si è messo di traverso, al solito. Alla Bundesbank si sente dire che è l’uscita della Grecia dall’euro è un male minore nei confronti di una “Transfer Union” , ovvero di una integrazione che abbia i forzieri di bilancio anche solo in parte messi in comune. Siamo agli usuali egoismi di piccola bottega. Berlino e Francoforte credono che la loro cura sia buona per tutti, segnale di grave cecità, sebbene le regole comuni siano importanti e vadano rispettate. Atene pensa di poter da sola cambiare il mondo e allora sbaglia quanto la Germania.

L’idea di Europa, con il suo dividendo di pace e progresso, può essere affermata solo dimostrando ai cittadini che funziona, avvalorando coi fatti la convinzione di credere nel futuro comune. A prendere il piano Juncker come esempio, appare inevitabile chiedersi perché un investitore privato debba davvero fidarsi dei nuovi strumenti e dei progetti offerti quando anche gli stati non lo hanno fatto in prima persona se non implicitamente. Il progetto di Unione potrà essere salvato dalla sua “ultima chance” solo se tutti, e la politica in testa, faranno vedere di esserne sicuri, desiderosi di lavorare insieme come di avere una moneta unica. Occorre spiegarsi senza ambiguità, senza facili battute sulla euroburocrazia che anche leader europeisti relgalano ai giornali strizzando l’occhio all’elettorato scettico. Il messaggio principale che può servire da antidoto alla disgregazione, e alle catastrofi che ne seguirebbero, è che non esistono più soluzioni nazionali per problemi globali. Che uniti si fa davvero la forza. E che le mezze soluzioni hanno più o meno la stessa concretezza della mezza stagione che non c’è più da anni.

Source: La Stampa 09/05/2015

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