Giuseppe Mazzini: padre della Patria, padre dell’Europa

di Pietro Finelli

La contraddizione, in realtà solo apparente, trova ampia giustificazione negli scritti e nell’azione mazziniani, che possono essere letti come uno straordinario sforzo di riattualizzare gli ideali rivoluzionari, illuministici, repubblicani e cosmopoliti, sotto la cui influenza lo stesso Mazzini si era formato, alla luce della nuova temperie romantica e ‘nazionalitaria’ che caratterizza i primi decenni del XIX secolo:

giuseppe mazzini 265“Mazzini elaborò l’idea nazionale come mezzo per affermare i valori del cosmopolitismo”, scrive Mario Albertini, certo non sospettabile di simpatie nazionaliste o mazziniane, “e non per combatterli. Partito da questi valori, non li abbandonò mai: combatté il cosmopolitismo perché gli parve che i cosmopoliti non potessero realizzare i valori che pur professavano, e volle la nazione come un mezzo efficace per promuovere la libertà e la fratellanza nell’ambito dell’intera umanità e non per creare situazioni di privilegio a favore di questo o quel gruppo nazionale (La Nazione è il mezzo, l’umanità il fine) […] si deve ammettere che i valori supernazionali furono le premesse ed il fine della sua dottrina della nazione e non soltanto qualche cosa di accidentale, di estrinseco.”
La riflessione – e l’azione – geopolitica di Mazzini si svolgono intorno a tre poli fondamentali: la Nazione, il Popolo e l’Umanità, ovviamente nell’accezione ottocentesca del termine, limitata sostanzialmente alla comunità transatlantica e in particolare all’Europa.
Nei decenni centrali del secolo, l’endiadi rivoluzionaria “Nazione-Popolo” viene messa in discussione e lacerata tanto dai doctrinaires liberali, che vogliono purificare la Nazione da ogni persistenza rivoluzionaria per farne il motor immobilis, la sorgente di legittimità del proprio progetto di Stato costituzional-rappresentativo, quanto dai democratici radicali e dai primi socialisti, intenti a esaltarne la dimensione dinamica, foudroyante, insurrezionale, della sovranità insita nel Popolo.
Al contrario Mazzini, in netta controtendenza, come ha ben evidenziato Martin Wight nelle sue lezioni alla London School of Economics, ne difende l’intrinseca omogeneità e unitarietà: la Nazione non può nascere che attraverso l’atto insurrezionale e rivoluzionario in cui il Popolo impara a “fare da sé”, a rendersi autonomo tanto dallo straniero quanto dai dominatori interni. D’altra parte lo Stato nazionale, “comunione di liberi e d’uguali”, non può che identificarsi con lo Stato democratico.
La riattualizzazione mazziniana degli ideali rivoluzionari ha un passaggio fondamentale nella loro riscrittura nel nuovo linguaggio del romanticismo politico, di cui Mazzini stesso è, peraltro, uno dei grandi tenori e diffusori, in Italia e non solo. Per riprendere la suggestiva immagine di Roberto Balzani, l’algida patria repubblicana viene riscaldata alla romantica fiamma della nazione.
Si tratta, ovviamente, di un’operazione tutt’altro che piana: il linguaggio della politica si impasta con quello della religione, dell’estetica, delle passioni: la nazione, certo, resta ancora principalmente una volontaristica comunità di destino, ma intessuta di richiami al passato, alla tradizione e persino – come nota Alberto Mario Banti – alla natura e ai vincoli di sangue.
Così nel Giuramento della Giovine Italia, il manifesto del patriottismo democratico e romantico di Mazzini, l’Italia è immaginata “una, indipendente libera e repubblicana” come nella tradizione rivoluzionaria, ma a legittimare la lotta per il suo raggiungimento vengono invocati, in un crescendo di pathos, “i martiri della santa causa italiana”, la “terra ove Dio m’ha posto”, “le lagrime delle madri italiane” e, infine “i figli morti sul palco”.
Mazzini stesso appare consapevole dei fantasmi intrinsecamente legati all’evocazione della ‘terra’ e del ‘sangue’ come radici della Nazione.
Non a caso, già dagli anni Trenta, egli si impegna per distinguere il proprio patriottismo nazionale, il ‘principio di nazionalità’, dal nazionalismo, termine che egli è tra i primi a introdurre nel linguaggio politico ottocentesco con una connotazione esplicitamente negativa, come degenerazione egoistica e assolutizzata della nazione, di cui invece la nazionalità rappresenterebbe il volto positivo.
Una distinzione su cui, a testimoniare una fedeltà di lungo periodo, sarebbe ritornato in uno dei suoi ultimi scritti, Nazionalismo e Nazionalità, pubblicato nel 1871, proprio nel pieno trionfo, in seguito alla guerra franco-prussiana, della lettura positiva del termine nazionalismo.
In esso, ancora una volta, Mazzini difende, in contrapposizione tanto ai nazionalisti, come Bismarck e il suo oramai ex-collaboratore Crispi, quanto al ‘cosmopolitismo’ degli Internazionalisti, la distinzione tra la ‘sacra’ nazionalità e l’egoistico nazionalismo.
Naturalmente la lotta di Mazzini al nazionalismo non si limita al solo piano lessicale, ed essa anzi innerva tutta la sua azione e la sua riflessione politica. Non a caso, ancor più del concetto di nazionalità, ad essere al centro della sua teologia politica è quello di Umanità, che assurge al ruolo di solo ed autentico interprete della volontà divina sulla Terra.
Nella visione mistica mazziniana le Nazioni sono quindi subordinate all’Umanità, e solo nella reciproca interazione acquista realmente significato la ‘missione’ che Dio avrebbe loro assegnato.
È in questo quadro che va contestualizzato il rapporto, quanto mai tormentato, di Mazzini con il cosmopolitismo, che potrebbe essere sinteticamente riassunto come comunanza di obiettivi, ma profonda e radicale diversità di mezzi.
Al cosmopolitismo Mazzini infatti non contesta l’idea di una comunità politica mondiale, ma nega che essa sia realizzabile direttamente dai singoli cittadini. Anche se Mazzini stesso non amava il termine, il suo sarebbe quindi, secondo l’espressione coniata da Nadia Urbinati e Stefano Recchia, un “cosmopolitismo delle nazioni”.
Se una cosmopolis si realizzerà prima o poi – e Mazzini di questo è convinto – saranno le nazioni, organicisticamente intese come veri e propri ‘individui’ dell’Umanità, a doverne fare parte direttamente, mentre i cittadini non potranno parteciparvi che attraverso la mediazione di queste

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