Federica Bianchi, VALÉRY GISCARD D’ESTAING: le mie proposte per salvare l’Europa

 

Signor presidente, come ha vissuto la nascita della Comunità economica europea negli anni del Dopoguerra?
«Allora desideravamo due cose: ristabilire la pace e rendere l’Europa, passo dopo passo, una potenza mondiale, sul piano economico e su quello politico, dello stesso livello degli Stati Uniti e, allora, dell’Unione Sovietica. Entrambe le dimensioni: quella economica e quella politica. Infatti, nel suo celebre discorso del 9 maggio 1950, Robert Schuman […] disse che la costruzione di una Federazione europea avrebbe dovuto avere un’organizzazione politica».

Avevate in mente una prospettiva temporale per raggiungere il sogno della federazione economica e politica d’Europa?
«Negli anni della mia presidenza, tra il 1974 e il 1981, ero assolutamente convinto che avremmo fatto presto. Ebbi la fortuna di avere come collega alla testa della Germania Helmut Schmidt, con il quale instaurammo un’intesa preziosa. […] Lui era socialdemocratico e io del partito Repubblicano: dimostrazione che si può lavorare bene insieme se si è ragionevoli e realisti. Non abbiamo mai avuto antagonismi ideologici. Avevamo deciso che non ci sarebbero mai state dichiarazioni tedesche e francesi in contraddizione. Prima dei Consigli europei ci vedevamo, spesso ad Amburgo, dove aveva una casa in un quartiere residenziale modesto dal quale non si è mai spostato. Davanti a un boccale di birra decidevamo le posizioni comuni da presentare agli altri. Avevamo le stesse idee sull’Europa, un’Europa a nove membri, i sei Paesi fondatori più la Gran Bretagna, la Danimarca e l’Irlanda. Adesso siamo 28: l’Europa non è più governabile e non è governata».

Come abbiamo fatto ad arrivare, sessant’anni più tardi, ad un’Europa non più amata dai suoi cittadini, sentita come matrigna malvagia anziché benevola e protettrice?
«Fino alla caduta dell’Unione sovietica, l’Europa era abbastanza omogenea e poteva prendere decisioni comuni. Ma negli anni 1990 l’Europa si è divisa e da allora ci sono state due Europe. Giornalisti e opinione pubblica ancora oggi non riescono a distinguerle. I giornalisti chiamano Europa sia la zona Euro, ovvero l’Europa dei Paesi Fondatori che ha trovato la sua espressione nel Trattato di Maastricht del 1992, sia l’Europa a 28, ovvero l’Europa della Grande Espansione degli anni Duemila. Questa ha interessato i Paesi che erano nella sfera comunista, e dunque i paesi più poveri, con dei bisogni considerevoli. La negoziazione con loro non è stata portata avanti correttamente perché non è stato messo in evidenza che l’Europa è anche un progetto politico. Abbiamo permesso che si accontentassero solo di ricercare e ottenere vantaggi economici».

Una delle ragioni per cui gli stati dell’Europa dell’Est sono stati invitati a entrare in fretta è stata quella di sottrarli dalla sfera d’influenza russa e di ricondurli nel mondo occidentale…
«Si sarebbe potuto sottrarli a quella sfera d’influenza progressivamente. I paesi dell’Est hanno una vocazione a unirsi all’Europa, sono paesi europei, ma se i precedenti paesi membri ci avevano messo più di trent’anni per arrivare ad un’unione economica con aspirazioni politiche, questi non potevano mica farlo in due anni. Avrebbero dovuto restare indipendenti per una quindicina d’anni così da dotarsi di istituzioni proprie, creare delle nuove strutture rappresentative e sindacali, e uscire completamente dal regime comunista prima di entrare nell’Unione europea. L’allargamento rapido è stato uno sbaglio politico dell’epoca».

Che ruolo ha giocato Romano Prodi, unico presidente della Commissione europea italiano (periodo 1999-2004), nella Grande Espansione?
«Romano Prodi è un uomo brillante e molto caloroso ma ha accettato di portare avanti l’espansione europea senza fare alcuna riforma. È stato un errore storico che ha gettato le radici dei guai attuali. I cittadini del nucleo fondatore si sono trovati persi in un insieme disomogeneo. Il funzionamento del sistema era stato creato per sei Paesi e non è davvero cambiato con l’allargamento. Quando abbiamo fondato l’Europa credevamo che saremmo passati a nove ma non di più. Pensavamo agli spagnoli, ai portoghesi e ai greci, forse all’Austria ma a quel tempo era in una situazione difficile, in bilico tra Est e Ovest. Quell’Europa sì che avrebbe potuto funzionare. Avrebbe avuto 10-11 commissari e 600 deputati. Invece abbiamo l’Europa a 28».
Perché è stato compiuto questo errore?
«Per debolezza politica. Gli Stati Uniti e i britannici spingevano verso l’allargamento troppo rapido e poco responsabile e hanno insistito a lungo persino per l’entrata della Turchia nell’Unione: una proposta irrealistica perché esistono, se non altro, enormi problemi d’identità. La signora (Margaret) Thatcher aveva addirittura annunciato che l’allargamento sarebbe finito nel 2000. Volevano indebolire l’Europa affinché restasse un mercato di libero scambio e non diventasse una potenza economica e politica. Così abbiamo dato vita a un allargamento per cui non eravamo preparati, senza che alcun governo proponesse una profonda riforma delle istituzioni. Abbiamo avuto un parlamento gigantesco e troppi commissari, ben 28, quando Jacques Delors, l’ultimo presidente in gamba della Commissione (decennio 1985-1995), ripeteva che il loro numero non avrebbe dovuto superare i 12. Il trattato di Nizza del 2001 è stato il peggior trattato europeo mai siglato perché ha previsto la Grande Espansione senza alcuna riforma».

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