Arthur Koestler, Buio a mezzogiorno

arnoldo mondatori editore
Il primo interrogatorio.

koestler11.
La porta della cella si chiuse con un colpo secco alle spalle di Rubasciov. Egli restò appoggiato con le spalle alla porta per qualche secondo, e accese una sigaretta. Sul lettuccio alla sua destra c’erano due coperte pulite e il pagliericcio era stato rinnovato di fresco. La catinella alla sua sinistra non aveva tappo, ma il foro di scarico funzionava. Il bugliolo accanto era stato appena disinfettato e non puzzava. Le pareti su ambo i lati erano di solidi mattoni, il che avrebbe attutito il suono di qualsiasi colpo contro il muro, ma là dove il tubo del riscaldamento e quello di scarico lo attraversavano, era stata data una mano di calce e in quel punto risuonava sonoro; inoltre lo stesso tubo del riscaldamento sembrava un buon conduttore del suono. La finestra aveva inizio all’altezza dell’occhio, così che si poteva guardare nel cortile senza doversi sollevare sospendendosi alle sbarre dell’inferriata. In questo campo tutto era a posto. Rubasciov sbadigliò, si tolse la giacchetta e, arrotolatala, la pose sul pagliericcio a mo’ di guanciale. Poi guardò nel cortile. La neve aveva uno scintillìo giallastro alla doppia luce della luna e delle lampade elettriche. Intorno al cortile lungo i muri, era stato aperto nella neve un angusto passaggio per la passeggiata quotidiana. L’alba non era ancora sorta; le stelle brillavano ancora lucenti e gelide, nonostante le lampade. Sul bastione del muro esterno, che si levava proprio davanti alla cella di Rubasciov, un soldato col moschetto abbassato andava avanti e indietro; batteva gli scarponi ad ogni passo come se si fosse trovato a sfilare in parata. Ogni tanto la luce giallastra delle lampade lampeggiava sulla sua baionetta. Rubasciov si tolse le scarpe, sempre davanti alla finestra.

Finì la sigaretta, ne buttò il mozzicone per terra ai piedi del suo lettuccio, e rimase seduto sul pagliericcio per alcuni minuti. Quindi tornò ancora alla finestra. Il cortile era immerso nella pace più profonda; la sentinella proprio in quell’istante si voltava per ritornare sui suoi passi; sopra la torretta della mitragliatrice il prigioniero vide una striscia della Via Lattea. Rubasciov si coricò sul giaciglio, avvolgendosi nella prima coperta. Erano le cinque ed era improbabile che qualcuno là dentro si alzasse, d’inverno, prima delle sette. Egli aveva un gran sonno e, riflettendoci, giunse alla conclusione che ben difficilmente avrebbero cominciato a interrogarlo prima di tre o quattro giorni. Si tolse gli occhiali, li depose sui mattoni del pavimento presso il mozzicone di sigaretta, sorrise e chiuse gli occhi. Si sentiva avvolto nel caldo abbraccio della coperta, si sentiva protetto; per la prima volta dopo molti mesi non aveva più paura dei suoi sogni. Quando, pochi minuti più tardi, il secondino spense dall’esterno la luce e guardò attraverso lo spioncino nella cella, Rubasciov, ex commissario del Popolo, dormiva, le spalle volte alla parete, il capo sul braccio sinistro, teso rigidamente fuor della branda; solo la mano all’estremità di quel braccio pendeva molle e contratta nel sonno.

2.
Un’ora prima, quando i due funzionari del Commissariato degli Interni martellavano sulla porta di Rubasciov per farsi aprire e arrestarlo, Rubasciov stava proprio sognando di essere arrestato. I colpi alla porta si facevano sempre più forti e Rubasciov s’era sforzato di svegliarsi. Sapeva come strapparsi lentamente dagli incubi, poi che il sogno del suo primo arresto era ritornato periodicamente per anni e si svolgeva ogni volta con la regolarità di un meccanismo di orologeria. A volte, con un enorme sforzo di volontà, egli riusciva a fermare quel meccanismo e a sottrarsi al sogno da sé, ma questa volta non ci riuscì; quelle ultime settimane lo avevano spossato, sudava e ansimava nel sonno; il meccanismo non si fermava, il sogno continuava. Sognava, come sempre, che veniva picchiato alla porta e tre uomini stavano ritti là fuori, in attesa di arrestarlo. Li vedeva attraverso la porta chiusa, ritti sul pianerottolo, che picchiavano contro i battenti. Indossavano uniformi nuovissime, l’elegante divisa dei pretoriani della Dittatura germanica; sui berretti e sulla manica portavano il loro simbolo: la croce aggressivamente uncinata; nella mano libera impugnavano pistole enormi fino al grottesco; le loro cinture e gli altri finimenti odoravano di cuoio fresco. Ora erano nella sua stanza, al suo capezzale. Due erano giganteschi ragazzi di campagna, le labbra tumide, gli occhi da pesce; il terzo era basso e obeso. Stavano al suo capezzale, le pistole in pugno, alitandogli sul volto col fiato grosso. C’era un gran silenzio, meno l’ansito asmatico dell’uomo basso e obeso. Quindi qualcuno al piano di sopra tolse un tappo e l’acqua prese a scorrere lieve attraverso le tubature lungo le pareti. Il meccanismo dell’orologio rallentava. I picchi contro la porta di Rubasciov si fecero più violenti; fuori, i due uomini che erano venuti ad arrestarlo, martellavano alternativamente e si soffiavano sulle mani gelate. Ma Rubasciov non poteva svegliarsi, pur sapendo che ora sarebbe seguita una scena particolarmente penosa: i tre in piedi accanto al suo letto, mentre egli cerca d’infilarsi la veste da camera.

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